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Buon Compleanno Woody Allen. Nessuno come lui – Notizie – Ansa.it

    A leggere la biografia di Woody Allen che oggi festeggia i suoi 90 anni viene da domandarsi se uno dei suoi film più celebri, “Zelig”, non sia in fondo un ritratto autobiografico. Tutta la vita del geniale autore, scrittore, attore e stand-up comedian, nato a New York il 30 novembre 1935, è scandita dall’irrefrenabile voglia di nascondersi dietro una maschera, di celarsi dietro un’altra identità. All’inizio, per la verità, non fu colpa sua se il padre, incisore di gioielli, tassista, perfino cameriere, si scordò di andare a registrare la sua nascita fino al giorno dopo, sicché dobbiamo fidarci delle memorie di famiglia per fargli gli auguri il 30 novembre. Poi però interviene la mano di Allan Stewart Königsberg (questo il suo vero nome) che ben presto si farà chiamare “Woody il Rosso” (a scuola per quei capelli pel di carota) e poi ancora Heywood Allen al debutto in teatro e infine Woody Allen. C’è confusione perfino sulle sue radici dal momento che molti affermano che la famiglia sia emigrata in America dall’Ungheria, mentre il cognome sembrerebbe rimandare alla città tedesca (oggi inglobata nell’enclave russa nella Prussia orientale) che diede i natali a Immanuel Kant: un’influenza culturale con cui Allen ha spesso giocato senza rinnegarla. C’è però un aspetto della sua indole che non ha mai smentito: la tradizione ebrea askenazita coltivata soprattutto dalla madre Nettea e dalle zie che ritorna, colorata d’affetto e tagliente ironia, in molte delle sue opere. Alla mamma si deve – narra la leggenda – anche la passione per il cinema del bimbo Allen che vede a tre anni “Biancaneve e i sette anni”, poi si innamora de “La fiamma del peccato”, da ragazzo scappa al cinema appena può e si nutre di grandi maestri da Fellini a Bergman.

     

    Che sia un ragazzo dotato nessuno ne dubita: tanto intelligente da finire prestissimo in una classe avanzata, ma anche da diventare un ribelle, insofferente alla disciplina, spesso punito e alla fine promosso con voti bassi. Se la cava soprattutto perché, nonostante il fisico gracile e l’aria svagata, eccelle nello sport, dal basket al football fino alla boxe con cui si fa valere nelle risse di strada finché i genitori non lo ritirano dalla palestra. I compagni poi gli sono amici per la sua abilità di illusionista, con le carte fa quel che vuole e a 15 anni un suo trucco di magia lo porta fino all’audizione in tv. Non viene preso solo perché il suo trucco usa bottiglie di alcolici vietati nei programmi per ragazzi. Ma quel mondo lo attrae da subito e quando ascolta i programmi dei comici in voga, Ed Sullivan e Sid Caesar, si accorge che anche lui sa far ridere.

    Vive nella K Avenue, al confine della Lower Manhattan, lascia presto la sinagoga e la scuola religiosa professandosi ateo con grande scandalo in famiglia, scrive furiosamente tutto il giorno finché i suoi testi non suscitano l’interesse di due giornalisti satirici che gli trovano un agente. Ha 17 anni, adora il jazz e il basket, lavora già per i colossi delle reti televisive, in due anni si fa assumere alla ABC diventandone uno degli autori di punta pagato fino a 100 dollari al minuto e nel 1955 scopre l’amore. E’ Harlene Susan Rosen, studentessa di filosofia conosciuta perché insieme vogliono dar vita a un trio jazz (lei suona il piano, lui il clarinetto) Quando Woody ha vent’anni si sposano, dopo la prima incursione a Hollywood di lui, ma il matrimonio finirà malissimo dopo sei anni di accidentata convivenza. Da allora Allen ha avuto altri due matrimoni (con Soon-Yi Previn dura da oltre vent’anni), ma prima nella sua vita vengono due relazioni cruciali: quella con Diane Keaton conosciuta quando mette in scena a Broadway “Provaci ancora Sam” (che poi replicheranno in coppia al cinema con la regia di Herbert Ross nel 1972) e che resterà la sua musa e il suo vero amore per tutta la vita.

    Segue la relazione con Mia Farrow che sarà protagonista dei suoi film, madre dei figli che gli porta in dote e che lui adotterà, compresa la giovane Soon-Yi che Mia trasformerà nella pietra dello scandalo alla fine della loro relazione. Portato in tribunale con l’accusa di pedofilia, Allen ne uscirà assolto ma l’ondata di fango agitata a intervalli regolari segnerà tutta la sua maturità e lo ha di fatto messo all’indice in America. Si tratta di una storia comunque ambigua e moralmente discutibile che però poco deve entrare nel giudizio sull’artista Woody e che l’uomo Allen ha certamente pagato nel dramma privato.

    Con quattro Oscar, 22 nomination e un Leone d’oro alla carriera, Woody Allen è ormai riconosciuto nella storia del cinema come un autore di grandissimo talento, capace di mettere in scena se stesso solo dai primi anni ’60 (nel momento in cui sente la noia delle battute scritte per altri ed entra in psicoanalisi), diventato presto un maestro della commedia e poi portato a trasformare la sua opera in una profonda riflessione sui grandi temi della morale, dell’inconscio, del senso della vita. Creatore bulimico al cinema, come già lo era ai tempi della radio e della tv, sforna un film quasi ogni anno dal 1969 (“Prendi i soldi e scappa”) dopo una prima regia quasi dimenticata e assolutamente demenziale: il remake di un B-movie giapponese, “Che fa, rubi?” interamente doppiato usando le immagini del film originale). La lista dei capolavori è perfino difficile da calcolare tra opere minori e qualche incidente di percorso. Ma come non citare “Il dittatore dello stato libero di Bananas” (1971), “Amore e guerra” (1975), “Io e Annie” (1977), “Interiors” (1978), “Manhattan” (per molti il suo capolavoro nel ’79), “Zelig” (1983), ”La rosa purpurea del Cairo” (1985) , “Crimini e misfatti” (1989), “Tutti dicono I Love You” (1996) fino ai capolavori della maturità girati in una sorta di volontario esilio in Europa: “Match Point” (2005) o “Midnight in Paris” (2011), con le parentesi “in patria”  tra “Blue Jasmine” (2013) e “Un giorno di pioggia a New York” (2019). 

    Non pago, Woody Allen ha scritto in parallelo molti libri, tra autobiografia, pensieri sparsi, interviste e romanzi, oggi progressivamente ripresi e tradotti in Italia da La nave di Teseo, fino al recente “Che succede a Baum?” tradotto da Alberto Pezzotta. Nel 2026 pare ormai certo che tornerà dietro la macchina da presa per girare un nuovo lavoro, ancora coperto dal più rigoroso silenzio, in Spagna che, insieme a Londra e Parigi, è stato il suo luogo d’elezione quando negli Stati Uniti la sorella Letty Aronson (da sempre anche sua produttrice) non trovava finanziatori disposti a credere nel genio di questo geniale inventore di storie, personaggi, musiche e sogni. Legatissimo all’Italia (si è sposato a Venezia nel 1997), da sempre fedele al rito dell’appuntamento col clarinetto in un piccolo locale di Manhattan e a quello settimanale col suo psicoanalista, un po’intristito dalla vita ma ancora capace di credere a un futuro, ironico perfino nell’immaginare il suo incontro con un dio possibile oltre la morte, Woody Allen  arriva alla soglia dei 90 anni come un elfo che crede ancora alle creature del bosco, ma sa bene che la vita tra gli umani riserva una sorpresa ogni giorno, e non sempre si tratta di una bella sorpresa.  

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